Ciao Amore, Ciao

La prima volta che t’ho visto è stato in spiaggia, otto anni fa.
Era Agosto ma non c’era l’afa che c’è oggi. Forse erano altri tempi.

È stato un colpo di fulmine, perché ho sempre amato le cose uniche, certi valori semplici e l’autenticità.
Dopo aver passato il pomeriggio in spiaggia con Fo, mi avete riaccompagnata alla mia macchina, tutti e tre bagnati di acqua salmastra, di sabbia e di qualcosa di nuovo che stava per nascere.

Di te ho amato sempre la lentezza, che in tanti invece non hanno mai capito.
Anche chi diceva bella, non ti avrebbe mai voluta autentica.
Marco ti ha sempre voluta lasciare te stessa, e a me il fatto che fossi tale e quale a venticinque anni fa ha sempre fatto impazzire.
Li portassimo tutte quante, gli anni come te.
Solo due cose abbiamo aggiunto alla tua originalità: un portapacchi per le mie borse del mare e una ruota di scorta, che l’unica volta che ci è servita era più bucata di quella bucata.

Non ho mai amato tingermi i capelli, e nonostante il mio colore sia un po’ banale, anche a Marco è sempre piaciuto così.
Per questo forse, il tuo blu cinese, è sempre stato per noi il più bel colore che potessi avere.

Ne abbiamo passate insieme tutti e tre.
E ti dirò che, ora che ci penso, questo numero tre, è sempre stato solo tra noi tre.
E la terza, tra di noi, sei sempre stata solo tu.

Ci hai guadagnato i saluti e i sorrisi dei bambini.
Ci hai guadagnato certe feste da non dimenticare. E da queste ci hai poi sempre riportati a casa – che come facevi, francamente, ancora non lo so.
Come anche quella volta dal pool party, che c’era anche la Giada – per quella sera ti sarò debitrice a vita, e credo anche lei.

T’ho imparata a guidare in autunno al luna park, quando le giostre avevano già levato le tende.
Le lezioni in facoltà erano iniziate, e noi invece di studiare pensavamo solo a stare insieme.
Fotomodella dei nostri primi panning, sotto la ferrovia nel nostro angolo segreto.
Cavallo bianco di otto anni insieme – oppure azzurro, ho sempre pensato, cavallo azzurro di un principe bianco, per non spezzare la dicotomia.
Scendevamo il colle dei pini al tramonto e io già avevo perso la testa per quello là.

Ricordo quando siamo caduti, tutti e tre, come tre polli.
Un salto al pronto soccorso, e poi siccome c’era troppa fila ce ne siamo andati, a Tavoleto, alla festa dalla Marghi.
Quella volta in garage con cinquantacinque gradi centigradi – acqua in bocca, mi raccomando.
Tutte le volte che siamo andati al mare.
Tutte le volte che l’aria calda ci bruciava in faccia come un fon, e tutti quei punti in cui l’aria invece rinfrescava. E di notte al ritorno tremavo dal freddo.

Mi ha detto che non abbiamo più vent’anni Sara.
In effetti.
E in effetti certi addii segnano sempre il passaggio di una qualche stagione.
Quella che se ne va con te, è stata la più bella.

Spero solo di non dimenticare che ci hai insegnato ad andare lenti.
Te lo prometto.
A scalare la marcia, in salita. E che a costo di mettere la prima, siamo sempre arrivati dappertutto.

Ciao amore, ciao.




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1 Comment

  1. come ti capisco io ho una macchina che ha 27 anni e poverina cammina quasi come il primo giorno…al pensiero che un giorno andrà via mi muore il cuore!!!:(

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