La mia storia. E la mia generazione #choosy

Io non generalizzo mai. O per lo meno mi impegno quotidianamente per non farlo.
Quindi il titolo di questo post è provocatorio.

Nel mio curriculum ci sono intere notti passati dietro il bancone di un bar (forse gli anni più belli). Si lavorava dalle 17 alle 3, a volte le 4 di notte.
Il titolare mi pagava 10 euro l’ora, contro i 7,50 di tutti gli altri, perché facevo dei mojito super, e ci sapevo fare con la gente.
Con un contratto di lavoro occasionale.
Lui si tutelava con la finanza, e io ero felice di essere in regola.

Di giorno invece facevo la tata.
Facevo la tata a bimbe meravigliose anche se spesso difficili.
Quando al papà delle bambine dissi di aver trovato lavoro – un lavoro “vero” – e di non potermi più prendere cura di loro, mi propose di mettermi in regola ed assumermi a tutti gli effetti, anche se sapeva che non avrei accettato.
Lo so, lo so, hai studiato per fare un altro lavoro…ma guarda che se il problema fosse quello, farei di tutto per tenerti.

Non è stato mai difficile mantenermi.
Insomma, non ho mai avuto un paio di Diesel e neppure le Silver, ma mio babbo – una famiglia di quattro figli e una moglie casalinga – si è sempre fatto in quattro per garantirci tutto quello di cui avevamo bisogno, pagarmi le tasse universitarie e i libri su cui studiare.
Mi dava anche un po’ di soldi per me, una sorta di paghetta mensile (che oggi chiamarla così mi fa anche vergogna) perché non voleva lavorassi troppo, sottraendo tempo agli studi.

Ci sono miei coetanei che le tasse universitarie se le sono sempre pagate da soli, con il lavoro estivo.
Qualcuno contribuiva anche alle spese domestiche.
Dunque studiava, lavorava, e versava metà degli introiti nella cassa di casa, per spesa, bollette e cose così.
Per questo mi sono sempre ritenuta fortunata.
Oddio, non nego che i jeans della Diesel, e magari un paio di Silver, le avrei volute pure io. Ma ho sempre cercato di apprezzare quello che avevo, senza lamentarmi troppo.
Che poi ci sono stati anche periodi in cui da lamentarsi ce n’era, ma non era il caso.

Poi mi sono laureata.
Senza specialistica, che avevo voglia di lavorare ed essere indipendente.
Ho continuato a fare la barista, di notte, un lavoro che sinceramente mi piaceva da morire, anche se poi quando ho conosciuto Marco, il fine settimana avrei preferito uscire con lui, piuttosto che lavorare.
Ma che ci vuoi fare? Buttali via 10 euro all’ora, in regola, da neolaureata.
E’ ovvio che fare mojito non era quello per cui avevo studiato, ma nel frattempo non era niente male.

Il mio primo lavoro l’ho trovato nell’azienda dove lavorava mio babbo.
Facile vero?
Già, quasi come per la figlia della Fornero.
Sicuramente sono stata assunta perché ero figlia sua (non sono ironica, è così!), ma per evitare che il mio inizio di carriera non fosse troppo semplice, la direttrice marketing dell’azienda ha deciso di farmi un mobbing così spietato che ancora, a distanza di circa 3 anni, mi capita di sognarla.
Oh no. Non compatitemi.
Devo dire che mi è servito molto, sia dal punto di vista professionale che per quello emotivo, personale.
In fondo c’è sempre da imparare, da tutti i mestieri e da tutte le esperienze.

La Signora non riuscì neppure a farmi dare le dimissioni.
Perché io ero talmente felice di quel lavoro, amavo talmente tanto i miei colleghi, da sopportare pure il mobbing di quei giorni (pazza che ero).
Poi si sono rassegnati, e hanno deciso di farmi fuori loro. In malo modo.

Così mi sono rimessa alla ricerca.
Con i miei incubi e un po’ di paura, ma sempre col sorriso.
Dopo soli due mesi ho trovato una grande opportunità, e senza raccomandazione, ma solo perché qualcuno ha creduto in me.
E probabilmente perché quando mi hanno chiesto se sapevo fare una certa cosa, io ho risposto subito No. Ma non credo sia un problema. Studierò per impararlo.
Sono stata assunta in questa azienda internazionale, a fare un lavoro figo e imparare tante cose nuove.

Al tempo abitavo ancora con i miei, a Tavoleto (e ci credo! come te lo paghi l’affitto se sei disoccupata!).
Dunque per venire al lavoro, a Rimini, erano tutti i giorni 50 minuti di auto.
50 minuti all’andata e 50 minuti al ritorno. Quasi 150 euro di benzina al mese, con la mia macchina che consumava un sacco.
Ma cosa vuoi, se abiti in un piccolo paesino dell’entroterra, difficilmente la multinazionale più figa del mondo apre una sede proprio sotto casa tua.

 Dopo quattro mesi mi sono trasferita a Riccione, insieme a Marco.
Per avvicinarmi al lavoro e per vivere insieme all’uomo della mia vita.
E’ arrivato l’affitto da pagare. Le bollette. Le tasse. Il canone (sì perché ci tengo a pagarlo il canone, anche se è una tassa inutile).
La cena da preparare. La casa da pulire. Le lavatrici. Le camicie da stirare. Fare la spesa prima rientrare dal lavoro, che altrimenti il frigo è vuoto.

E poi pensarci due volte, prima di fare la seconda bevuta, il sabato sera.
Che 10 euro qua e 10 euro là, con tutte le altre spese che ci sono, forse servono più per qualcos’altro.
Eppure posso dire, con il cuore pieno di gratitudine, che la vita non mi è sembrata mai così piena e meravigliosa.
Ovvio, non perché avevo tutte queste spese qui.
Ma sai, l’indipendenza, essere una famiglia. Sentirmi adulta e fortunata per potermi permettere queste cose (no, non i jeans, le Silver o la seconda bevuta…parlo dell’indipendenza e dell’essere una famiglia).
E mentre i telegiornali iniziano a parlare di crisi, e qualcuno mi dice che il lavoro è un mio diritto, io continuo sempre a sentirmi fortunata.
Io ho sempre fatto del mio meglio, e mi sono trovata nel posto giusto al momento giusto. Ma anche se il lavoro è un mio diritto, non è scontato. Soprattutto di questi tempi.

TUI.itL’azienda per cui lavoro è un’azienda esemplare.
Dopo pochi mesi (non ricordo quanti, ma più o meno dodici) mi ha assunta a tempo indeterminato.
E mi ha pure dato un passaggio di livello, senza che lo chiedessi, perché era soddisfatta del mio lavoro.
Qualcuno dice che mille euro al mese sono una vergogna.
Una volta mi hanno pure scritto – con tono intimidatorio – Parli bene tu! Vallo a dire a quelli che prendono mille euro al mese!!!
Sono scoppiata a ridere così forte che i miei colleghi di ufficio si sono girati a guardarmi.
Eppure non mi sento poveretta. Proprio per niente.

Un paio di settimane fa mi sono comprata una casa, insieme all’uomo della mia vita.
Non mi sono mai potuta permettere i jeans della Diesel e neppure le Silver.
Ah dimenticavo, non ho neppure mai avuto una macchina nuova.
Sempre di seconda mano, e comprata dal babbo.
Però ora ho una casa, per questo ogni mattina mi sveglio nel mio nuovo nido  e penso che sono una persona fortunata.

Poi succede che un amica, trentenne laureata da pochi mesi, si lamenta che non trova lavoro (oh, non può mica cercarlo a Fano!!!), mentre un altra si rende conto che se lavori 8 ore al giorno non ti rimane molto tempo per vedere Uomini e donne, dopo pranzo, né per la palestra, la sera, e neppure per portare fuori il cane!
Eggià. Visto che roba?
Pensare che avere un cane è la cosa che più mi manca in questo momento della mia vita. Ma non mi pare il caso di lamentarmi del mio lavoro, perché stare fuori tutto il giorno non mi consente di avere un cane.
Voi che dite?

Quasi quasi mi riscrivo all’università – dice – Che la triennale non vale niente!
E a 30 anni, se non hai esperienza, il lavoro non lo trovi.
Quello per cui hai studiato eh, che è un tuo diritto!
Ma te come hai fatto???
Che culo che hai!
Sai cosa Sara? Questa casa che hai comprato non ha il giardino.
E ne potevi prendere una col giardino, o
 magari più vicina al mare.

Eh sì. Dite quello che volete ma io mi sento fortunata soprattutto a sentire queste cose qui.
Anche se quando esco non faccio quasi mai la seconda bevuta.
Anche se non ho un cane (ma posso assicurarvi che un giorno l’avrò).
Anche se il lavoro è un mio diritto (ma non ce la faccio proprio, a darlo per scontato).
Anche se i politici sono tutti ladri, ma questo è un altro ampio, ampissimo discorso.

Gratitudine

E poi dimenticavo: pago le tasse.
Le pago tutte.
Non per paura. Ma perché mi è stato insegnato che per rivendicare dei diritti, è necessario ricordarsi sempre i propri doveri.
Ma anche questo è un altro ampio, ampissimo discorso.




« « Casa che lasci… | La mia Emilia Romagna » »

29 Comments

  1. Io ti ammiro e come te mi sento fortunata x aver fatto 1000 lavori e 1 ora di mezzi x attraversare la città e portare a casa la mia indipendenza (x vivere da sola da 18 anni in poi).
    Se ti guadagni la vita tutti i gg sarai sempre felice e soddisfatta,il tempo x fare la depressa nn ce l’hai anke xke’ sai apprezzare ogni secondo libero da condividere con le persone ke ami.

  2. Sai cosa ti dico? (Non so se te l’ho già detto a voce, spero di sì) Che per me siete stati davvero, ma davvero, ma davvero davvero, bravi a comprarvi una casa.
    E poi, vuoi paragonare un paio di jeans a una casa? :)

  3. Questo è un gran bel post. E tu sei coraggiosa.
    La mia storia è differente a tratti ma simili per altri alla tua. Quella parola, mobbing, mi viaggia ancora dentro.
    Io lotto ma è difficile estirparne il ricordo e la sgradevolezza.
    Hai coraggio. Complimenti.
    La casa… io non riesco ancora a dire “adesso penso a comprare una casa”.

  4. Un post sentito, che ho letto con piacere e fino in fondo, sentendomi un po’ “sfortunata” perchè il lavoro a tempo indeterminato non ce l’ho (ma l’avrò)! :)

    • Sentiti fortunata di quello che hai, senza dimenticarti mai quello che desideri.
      Vedrai, arriverà anche un lavoro a tempo indeterminato…anche se il mio augurio personale è principalmente che arrivi un lavoro che ami!

  5. Brava Sara. Più vado avanti con gli anni più ammiro le donne per la loro forza e praticità.

  6. Che forte!

  7. Questo è un post che i ragazz dovrebbero imparare a memoria!!! E poi ripeterlo al rovescio!
    Posso avere il tuo OK a condividere il link sulla mia pagina FB?
    Grazie!
    Claudia

  8. Condivido tutto e penso che l’acquisto di una casa sia la scelta più coraggiosa e saggia che si possa fare.
    Quando ho comprato casa, Sonja era preoccupata per 300 rate (essì non avevamo una lira da parte ed abbiamo messo in gioco tutto) oggi che guardiamo le 207 rate residue ci sembra di aver già fatto.
    Anche se molte volte non è facile e la casa diventa la rinuncia anche alla “prima bevuta”, i figli all’uscita e le spese sono prima di Sky o la macchina nuova.
    Alcune cose le ho vissute anch’io ed altre, purtroppo, non ho avuto la stessa costanza di farle.
    Quante volte mi sono sentito dire quanto sei fortunato o che lavoro figo che hai o mi piacerebbe anche a me non avere un capo…
    Ma la soddisfazione più grande è proprio sapere che tutto quello che si ha lo si è sudato, forse per come siamo stati educati, o perché c’è più gusto a raggiungerli certi obiettivi da soli.
    Sicuramente, anche lamentandomi del lavoro, società e politica ho una soddisfazione ed una carica dentro che mi rende felice anche quando non lo sono :)

  9. Da parte di un Partita ivato.

    Nonostante questo, chiosare con “E poi dimenticavo: pago le tasse.” mi sembra una caduta di stile e non centra proprio niente con quello che hai scritto.. sembra una nota stonata.
    Se invece alludi a qualcosa, si evince anche che “non sai di quello che scrivi”.

    Sei stata una ultra mega fotonia fortunata e pure un pò raccomanda. Hai sempre fatto lavori che ti piacciono e sei stata pagata mediamente più degli altri. Comincia a fare un lavoro che non ti piace, ad esser pagata meno di quanto tu credi di meritare, anzi… magari apri una partita Iva e dopo 5 anni ( quando finiscono le agevolazioni) ne riparliamo sul “Io pago le tasse”. Mai scricato un Film o un Mp3,vero? lollosa, molto lollosa.

    PS: e comprateli questi Diesel/Silver che io devo andare a pagare le tasse….

    • Dai Aldo raccontaci la tua storia così possiamo commuoverci della tua sfortuna.
      Se hai la partita iva, fai un lavoro di merda e pensi di essere sotto pagato prova a pensare di chi è la colpa.
      Io i 5 anni di pacchia non li ho visto anche se sono in proprio da 12 anni…
      Se vai a pagare le tasse con dispiacere, vendi su ebay le tue silver che magari la Sara li acquista, usate.

    • Ciao Aldo,
      innanzitutto grazie per essere passato di qua e di aver dedicato il tuo tempo alla mia storia.
      Forse hai ragione, anzi hai perfettamente ragione: l’ultima nota è stonata e non c’entra nulla con il resto.

      Quando scrivo do sempre per scontato che chi mi legge mi conosca, e conosca quello che penso.

      Il riferimento al pagare le tasse non c’entra nulla con il racconto sopra.
      La chiosa infatti terminava con “…questo è un altro ampio, ampissimo discorso”, ma visto che in un certo senso chiedi spiegazioni ti racconto come mai me lo sono lasciato sfuggire.

      In altri ambiti un’amica mi ha scritto che i ragazzi choosy sono molti meno dei politici ladri.
      Personalmente, caro Aldo, mi sono un po’ stancata di questo rimpallo tra le parti.
      Il tirar fuori sempre i politici ladroni e gli stipendi dei parlamentari.
      Problemi reali, e non trascurabili, ma perché allora non tirar fuori cosanostra, il debito pubblico, il surriscaldamento globale o magari trovarci un nesso con il calcio scommesse?
      Ci sono tanti problemi politici ed economici che affliggono la nostra società, che vanno però affrontati con cognizione di causa e non tirati fuori a caso come alibi per essere sempre più furbi degli altri, per imboccare la prima scorciatoia.
      Tra le altre cose, sono fermamente convinta del fatto che questi problemi politici ed economici derivino in gran parte da questo enorme, gravissimo, problema sociale: noi italiani, paese di furbetti (molti, non tutti, perché non amo generalizzare).

      Ti faccio presente che nel mio post non ho giudicato nessuno, a parte usare #choosy nel titolo, un po’ provocatorio, che poi non amando la polemica fine a sé stessa ho sentito il bisogno di giustificarmi alla fine.

      Tu mi chiedi se ho mai scaricato degli mp3 e io ti dico sì.
      Oddìo, non ricordo di averlo fatto mai personalmente ma figurati, mi è capitato di non pagare il parcheggio e da ragazzina a volte prendevo gli autobus senza fare il biglietto.
      In questo non mi reputo migliore di altri, però non ho mai pensato che pagare il mio biglietto fosse inutile perché tanto qualcuno ci avrebbe mangiato sopra.
      Oppure che non sarebbe servito perché tanto c’era chi rubava più di me.
      Con queste continue, patetiche giustificazioni, abbiamo rovinato un paese dove ci sono molte persone oneste.
      Mi hanno insegnato a guardare gli altri solo quando hanno un comportamento esemplare.
      E che non posso lamentarmi di un problema se non faccio la mia parte per risolverlo.
      Sarà un problema di educazione, non lo so.

      In riferimento alle altre tue osservazioni: sì sono sempre stata molto fortunata.
      Mi sembra di averlo detto e di aver detto anche di esserne consapevole (non tutti si tatuano un GRazie dietro il collo :D).

      Un lavoro che non mi piace c’è sempre tempo per farlo, e se arriverà il momento anche per me, proverò a ringraziare di avercelo, un lavoro.
      E se poi non ce l’avrò più?
      Credo che mi rimboccherò le maniche per trovarne un altro.

      A me aprire partita IVA non interessa.
      Amo il lavoro in azienda ed ambisco ad una crescita professionale in questo ambiente.
      Quella di lavorare in azienda, per me, è stata una scelta, come del resta la tua immagino, di fare il libero professionista.
      Sicuramente sai che l’azienda per cui lavoro ha delle spese (affatto irrisorie) per assumermi, per pagarmi, tutelarmi e sì, anche lei paga le tasse allo stato, senza 5 anni di agevolazioni.

      Se rileggerai l’articolo vedrai che non ho mai detto di essere migliore di altri.
      E sinceramente, caro Aldo, se lo leggerai attentamente, capirai che a questo punto della mia vita, felice come sono (fortunella e lollosa), di quel paio di jeans e di quelle scarpe non me ne frega assolutamente nulla.

      In bocca al lupo per la tua attività.
      Sono certa che riuscirai in quello che cerchi. Ogni tanto chi ha le carte in regola riesce, nonostante tutto.

  10. Bellissimo post, parlo da padre di un figlio choosy dell’87, con laurea triennale, che lavora all’estero già da due anni :)

  11. E brava Sarina, devo trovare il tempo per leggere quello che scrivi, non sei mai stata banale e ogni volta confermi di avere qualcosa da dire… Un bacio da un vecchio amico romano!

    • Che bello che sei passato di qua Roberto!
      Grazie di avermi fatto visita e delle tue parole.
      p.s. alla E’ ci ho pensato io 😉

  12. Ciao Sara questo intervento è bellissimo e mi ci ritrovo in pieno!

    Ho iniziato a lavorare in un call center quando ancora lavoravo alle superiori, lavoro orrendo ma i primi soldi, la prima indipendenza.

    Lavoro da 6 anni in una azienda, faccio il lavoro che mi piace e sono contenta. Sono contenta del risultato che ho ottenuto e di dove sono arrivata (ho ancora 25 anni, sai quant’ho da crescere? :D).

    L’indipendenza dal ‘nido’ di casa arriverà sicuramente nel 2013, quando (spero) i 300km che mi separano dall’uomo della mia vita si azzerino e riusciremo ad avere la nostra vita.

    Ti ammiro, un bacione! 😉

    • Beh Jenny, la tua storia è ancora più significativa della mia.
      Puoi dire di essere l’eroina della tua stessa vita: la soddisfazione più grande!
      Vedrai che bello costruire la propria famiglia nel proprio nido…una gioia che non si può raccontare.

  13. E’ bello sapere che in questo paese qualche spiraglio di luce c’è ancora!Che dopo anni di sacrifici e rinunce passati a fare tanti lavori diversi,c’è qualcuno che ti da la possibilità di riscattarti. Perché avere un nido, seppur piccolo è una gran fortuna ed è quello che in molti desiderano.
    Ho letto più in su un commento sul fatto che sei stata fortunata.. bè, si..sicuramente lo sei stata grazie a questa opportunità finale, però credo che questo sia solo positivo: da la speranza a chi ancora quell’opportunità non l’ha ricevuta di crederci ancora. Questi anni di sacrifici prima o poi dovranno dare i loro frutti e almeno grazie a storie così si va avanti con un barlume in più di positività nonostante i tempi duri.
    Io aspetto (speranzosissima) la mia opportunità :)

    • Scrivere storie per me è motivo di esistenza.
      Ma questo pezzo aveva uno scopo ben preciso: offrire la mia storia perché desse speranza a chiunque, oggi, si sente dire che di speranza non ce n’è.
      La tua opportunità c’è ed è la fuori.
      Valle incontro, vedrai che anche lei sta aspettando te!

  14. Barbara (fatamadrina®) |

    Ti amo. Non leggo neanche i commenti degli altri. Sottoscrivo col sangue ogni singola parola che hai scritto. E mi permetto di condividere sui social, perché mi risparmi l’egocentrismo di scrivere la mia versione del tuo post :-)

  15. Mi chiamo Antonio e faccio il cantautore,
    e mio padre e mia madre mi volevano dottore,
    ho sfidato il destino per la prima canzone,
    ho lasciato gli amici, ho perduto l’amore.
    E quando penso che sia finita,
    è proprio allora che comincia la salita.

    Che fantastica storia è la vita.

    Mi chiamo Laura e sono laureata,
    dopo mille concorsi faccio l’impiegata,
    e mio padre e mia madre, una sola pensione,
    fanno crescere Luca, il mio unico amore.
    A volte penso che sia finita,
    ma è proprio allora che comincia la salita.

    Che fantastica storia è la vita.
    Che fantastica storia è la vita.
    E quando pensi che sia finita,
    è proprio allora che comincia la salita.
    Che fantastica storia è la vita.

    Mi chiamano Gesù e faccio il pescatore,
    e del mare e del pesce sento ancora l’odore,
    di mio Padre e mia Madre, su questa Croce,
    nelle notti d’estate, sento ancora la voce.
    E quando penso che sia finita,
    è proprio allora che comincia la salita.

    Che fantastica storia è la vita.
    Che fantastica storia è la vita.

    Mi chiamo Aicha, come una canzone,
    sono la quarta di tremila persone,
    su questo scoglio di buona speranza,
    scelgo la vita, l’unica salva.
    E quando penso che sia finita,
    è proprio adesso che comincia la salita.

    Che fantastica storia è la vita.
    Che fantastica storia è la vita

  16. hai un modo talmente dolce e garbato di dire le cose che se anche mi recitassi una canzone di Giggggi D’alessio ti adorerei!

  17. Mi ha fatto molto piacere leggere la tua storia. Spero di trovare anche io quella grinta per ricominciare. Anche io come te mi sono parzialmente mantenuta agli studi e mi sono adattata a fare lavori di ogni genere. Ora però, con una laurea triennale alle spalle, una specialistica in corso (da non frequentante per sperare di trovare lavoro) e un matrimonio alle porte, mi pesa molto non riuscire a trovare un lavoro (tempo indeterminato o no).
    Grata comunque per tutto quello che ho intorno.

    Un abbraccio,
    Liz

  18. bel post.
    Persone come te ce ne sono moltissime, ma forse sono tantissimi anche i trentenni “laureati da pochi mesi”, quelli che si lamentano che non trovano lavoro, o altre ragazze che “si rende conto che se lavori 8 ore al giorno non ti rimane molto tempo per vedere Uomini e donne, dopo pranzo, né per la palestra, la sera, e neppure per portare fuori il cane!”. I cosiddetti #choosy insomma.

    Mi piace la tua storia perchè dimostra che l’entusiamo e l’essere positivi aiutano comunque ad affrontarla questa vita :)

  19. Sara, leggere le tue parole mi ha dato la positività per affrontare serenamente una nuova sfida…anch’io come te nella mia vita ho avuto solo “esperienze”: da ogni situazione,da ogni persona e in ogni luogo abbiamo da imparare :). Anch’io ho faticato e le Hogan durante gli studi non me le sono mai permesse(considera poi che sono diventata una blogger versione fashion quindi è stata durissima come prova)ma credo che questo mi abbia permesso di affrontare la vita con filosofia e le critiche come spunto di miglioramento…mi piace la tua storia perché è molto simile alla mia…un saluto virtuale, Federica

  20. Strepitosa!!!!!!!!!!!!!!!!!

Leave a Reply