Escursione a Sardegna2. Il più bell’angolo di paradiso di questa terra

Colazione leggera, bagno nella crema solare, abbigliamento comodo e…via! Si parte.
Dal Barracuda si va a Malindi in circa venticinque minuti di pulmino. Personalmente passerò questi venticinque minuti dormendo contro il finestrino.
Bocca aperta e la testa che sbatte contro il vetro come un martello pneumatico, al ritmo delle buche della strada.
Non poche.

Si sale su una barchetta dal fondo piatto, con una finestrella che lascia intravedere il fondale.
Sembra di essere alla gita di terza superiore: chi urla, ci dice cazzate, chi racconta le imprese della sera prima con un’aria di mistero più finta dell’aria fritta. Pavoneggiandosi di aver tirato mattino con una locale brutta e ubriaca.
Chi prende il sole, chi ascolta le cuffie, chi amoreggia, chi litiga. Insomma una felice scampagnata fuori porta che mantiene fedele i tratti gogliardici di tutto il contesto.

Dopo un po’ ci fermiamo e facciamo la prima tappa. Io sono stanca, tutti si tuffano e mi tuffo anch’io, con una maschera ed un boccaglio usati da chissà quante persone.
Chissà quante diverse salive di questo mondo avranno baciato questo boccaglio…che quando nuoti e sei un po’ impedita come me, di bava ne fai ad ettolitri!
Vabè. Non formalizziamoci che è meglio.

Metto la testa sotto e, finalmente – non ci avevo in effetti pensato – svanisce il rumore, la caciara, le canzoni e gli urli.
Rimane il suono del mare. Lo stesso che si può ascoltare dentro le conchiglie.
Solo più forte, più intenso ed avvolgente. Dentro le orecchie e sulla pelle.

Pesci zebra, trombetta e pesci pagliaccio, tutto attorno a te, mentre uno dei ragazzi ti tira briciole di pane in testa in modo che questi ti raggiungano.
Se non per simpatia, almeno per fame.
Dopo un po’ si riparte, risaliamo in barca e mi sposto sul tetto al piano superiore, dove tutte le abbonate all’abbronzatura feroce stanno brustolendo come sardine per la festa di Sant’Antonio a Lisbona.
Sul tetto della barca si sta tutti stretti.
Io in particolare, che sono arrivata per ultima, ho un paio d’alluci che mi s’infilano nelle narici, ma si sta bene…cioè, bene come si sta sotto il sole a picco dell’equatore alle ore dodici del giorno. La brama di tintarella viene parzialmente sfamata, la pressione si abbassa e il cervello evapora a poco a poco.

La seconda tappa è una zona diversa. Se prima l’acqua trasparente lasciava intravedere il reef e tutte le sue creature, ora il mare è alto massimo fino al ginocchio, la sabbia è bianca come farina e il colore dell’acqua sembra quello della più limpida piscina del mondo. Scendiamo tutti in acqua, qualcuno si tuffa.
Purtroppo non di testa.

L’euforia praticamente invade il gruppo: chi ringrazia di essere qui e ora, chi scatta foto a volontà, chi si incammina verso la secca e chi si mette a mollo.
L’acqua è caldissima e la sua limpidezza mi lascia senza parole. Mai visto un mare così.
D’altronde, ai Caraibi, Zanzibar e negli altri posti fighi che qui hanno visto praticamente tutti più volte, io non ci sono mai stata. Quindi me la godo forse più degli altri.
Passeggiamo un po’, ci trastulliamo e ridiamo, come matti.
Come bambini che si tirano le palline colorate nella vasca del Mac Donald’s, noi ci schizziamo l’acqua.
Per un attimo penso ai miei colleghi, in ufficio. Al freddo di casa e alla nebbia.
Mi prende male per loro, ma forse è meglio che non ci penso, che se mi vedessero qui mi odierebbero a morte.
E farebbero bene!

Si riparte di nuovo, per un posto ancora più bello dicono. “Volete fare il ramadan?” ci chiedono, visto che alla prossima tappa si mangerà pure. Così arriviamo finalmente a Sardegna 2, il famoso atollo.

Dire che questo è il più bell’angolo di paradiso in terra che io abbia mai visto, sarebbe forse riduttivo. L’orizzonte si spinge verso il reef in lontananza, con dei colori accesi e luccicanti per il sole che batte a picco sull’acqua.
Azzurro, celeste, blu scuro, al largo, verso l’infinito.
In direzione terra, invece, lingue di sabbia che si alternano alla più chiara tonalità del turchese, per andare a bagnare spiagge e piccole baie più o meno isolate.
I ragazzi che ci accompagnano iniziano a preparare accendendo la griglia.
In un secchio pesce, gamberetti e aragoste per tutti.
Ancora una passeggiata, ancora un po’ a mollo.
Questo è quel genere di vita che si suol dire da non morire mai.
Quelle immagini a cui pensi quando sei in ufficio, stressata e fuori piove.
Sei in ritardo, i capelli ti stanno male, devi fare la spesa, cucinare e c’hai la casa in disordine.
Ci sono tantissime altre situazioni buone in cui potersela giocare.
Passare il proprio tempo in questo modo, alla ricerca di un’ustione di secondo grado, facendosi venire le grinze alle dita per il troppo ammollo, è un diletto desiderabile in tantissimi momenti della propria vita.
E facendo queste considerazioni arriva l’ora del pranzo.

Anche questa volta sono l’unica alla sua prima volta.
Sfigatella e un po’ barbona che non ha mai mangiato un’aragosta.
Il pranzo consiste in pesce spada, barracuda, gamberetti e aragosta appunto. Molto buona e succulenta.
Vino bianco, pesce, e un mal di pancia in arrivo certo come la morte, come le corna e anche le tasse, mi pare si dica. La dieta iniziata un paio di settimane prima di partire, qui in Kenya è andata a farsi benedire.
E comunque parlavamo del paradiso, non mi pare il caso di parlare dei miei crampi e delle mie somatizzazioni.

Si va avanti così dunque, stese su linguine di sabbia che sembra borotalco, a chiacchierare del più e del meno, come se questo habitat fosse il nostro da sempre, come se fossimo nate qui.
I venditori ambulanti nel frattempo, arrivati con i loro dow, tentano di venderti qualsiasi cosa, da statuine di legno a parei, da borse a bracciali e collane. Alcune ragazze scrutano i loro muscoli “abbronzati” come se non avessero mai visto, posseduto in corpo o mangiato, della fibra muscolare. Quasi il mondo finisse domani e non ci fossero altre occasioni per ”rifarsi gli occhi”. Ma anche questo fa parte del paese Kenya e, ahimè, della nostra “gita”.

Durante il viaggio di ritorno si chiacchiera tutti distesi – non nel senso di sdraiati –, con la pelle salata e che scotta.
Una giornata da ricordare a tutta vita, un luogo da non dimenticare.

Momenti che torneranno utili a scaldarti il cuore, in situazioni grigie, di cielo e di speranze.




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