Roma: da San Pietro all’Olimpico sotto sole, pioggia e neve

L’alba di un nuovo giorno, a Roma, è l’alba di un giorno bellissimo. Non potrebbe essere altrimenti.

Fuori c’è un sole splendido, anche se basta aprire un poco la finestra per congelarsi la faccia.
Ci prepariamo per la colazione e saliamo al settimo piano.
All’Hotel Veneto la colazione viene servita su di una terrazza fantastica affacciata sui tetti di Roma.

La mattina sarà dedicata a San Pietro e poi a trovare qualche amico al Travel Blogger Elevator.
Prendiamo un caffè in piazza Barberini per cambiare i soldi e fare un altro biglietto giornaliero. Si riparte così alla scoperta degli angoli ancora inesplorati della capitale.

Se la Fontana di Trevi è il mio monumento romano preferito allora San Pietro lo è come “luogo“.
Sarà per un fatto di fede, non lo so, una nota tanto profonda che non starò qui a raccontarvela, ma anche questo posto ha la capacità di toccarmi nell’intimo.

Di toccarmi nell’intimo e farmi sentire l’esigenza di raccogliermi in solitudine.
Così Marco se ne va in giro a fare foto, mentre io gironzolo facendo attenzione a non scivolare sul ghiaccio.
I signori di ieri, nella pasticceria di specialità siciliane, ci avevano detto “Domattina non perdetevi San Pietro con la neve. Sarà uno spettacolo”.
E infatti.
Ma non starò qui a raccontarvi la piazza e la basilica più famose del mondo. Non sono un’esperta d’arte e ci sono cose del mio cuore che non posso raccontarvi.
Quindi lascerò la foto di Marco parlare per me e proseguirò nel racconto della nostra giornata…

Imbocchiamo via della Conciliazione verso un altro punto cruciale di Roma. Castel Sant’Angelo è  forse meno conosciuto di tanti altri monumenti romani, ma per quello che è il mio modesto parere, è senz’altro uno dei più belli.
La prima volta che l’ho visto ero in taxi, era sera, e me lo sono trovato inaspettatamente davanti agli occhi.
“Che meraviglia, ma che cos’è?”
“Abbella ma ‘ndo pensi de stà, a Milano? Nun ta ‘a ddetto nisuno che stai a Roma? E’ Castel Sant’Angelo no?”
Giuro che il tassista mi rispose in questo modo.
Ecco un’altra bellezza di questa città: la veracità delle persone, in primis i tassisti.
Quando attraversi la strada e passano loro, li vorresti tutti morti. Ma se stai dentro a chiacchierarci è davvero divertente.

castel sant'angelo

Da Castel Sant’Angelo passiamo in Piazza Navona, che si scalda sotto un sole rassicurante. Pensiamo alla partita alle 17 e speriamo che il tempo rimanga così, anche se le previsioni non ci rassicurano affatto.
Piazza Navona, metamorfosi dello Stadio di Domiziano, con la sua forma che ricorda un Circo Massimo in miniatura e la splendida facciata di Sant’Agnese in Agone.
Sant’Agnese così grande fuori e raccolta dentro.
Una relativamente piccola croce greca, ingigantita, non nelle dimensioni ma nella bellezza, dai quattro altari e stucchi barocchi.
E poi il Pantheon.
Le meraviglie in questa città si srotolano come si srotola una pellicola, come un rullino pieno di scatti meravigliosi.
Dietro ogni angolo una piazza, ad ogni svolta un’emozione. Momenti carichi di storia e anche ricordi.
I miei primi viaggi, la scoperta del mondo.
Il tempo in cui vennero scattate le mie foto preferite è stato proprio qui. A Roma.

Camminare nel ghiaccio e nella neve ti porta ad inzupparti, anche se in cielo splende il sole.
E questo significa che già verso le 11 – ovvero dopo meno di un paio d’ore – Marco è già di nuovo fradicio.
Ci fermiamo in un negozio dove io mi compro un paio di stivaletti neri in gomma, con la speranza che così i piedi non si bagnino.
Poi, pochi metri dopo anche Marco decide che sia il caso di comprarsi un paio di scarpe, oltre a calzettoni, per entrambi, come se piovesse – in tutti i sensi -.
Dato che ci sono compro anche un cappello nuovo. Perchè chi mi conosce lo sa, io adoro Accessorize e adoro i cappelli. Soprattutto se sono pelosi.

Passiamo in hotel a lasciare buste, scatole e scarpe bagnate – visto che quelle asciutte le abbiamo già ai piedi – e da lì partiamo alla volta di Termini e del Travel Blogger Elevator.
Per raccontarvi di come il mio lavoro e il vivere i social network sia meraviglioso e ti porti a conoscere persone splendide, parlerò un’altra volta in un altro post.
Il paradosso è che quando stai troppo davanti ad un pc o sopra ad uno smartphone passi per un nerd senza vita sociale. Ma posso dire in tutta onestà che moltissime persone speciali che fanno parte della mia vita le ho conosciute condividendo con loro il mio lavoro e le mie passioni online.
Per questo incontrarsi poi di persona è sempre un’evento importante, anche se sembra di conoscersi da anni.

Purtroppo il tempo che abbiamo è poco e nel giro di breve il cielo è passato da un lenzuolo di seta blu ad un rubinetto aperto.
Un rubinetto che piove fiocchi di neve grossi come uccellini.
Dopo chiacchiere e saluti ci avviamo verso Ottaviano, la stazione della metro più vicina allo stadio Olimpico.
Quando vicina si intende più di tre chilometri.
Ovviamente i mezzi pubblici sarebbero stati già scarsi in condizioni normali, ma vista la neve e il ghiaccio sono praticamente inesistenti.

Una fiumana di gente sta già avviandosi dalla metro allo stadio, mentre un’altra fiumana sta in fila alla fermata ad aspettare un bus che non arriverà mai.
Ci avviamo cercando di schivare la neve, il ghiaccio e le pozzanghere, con l’unico obiettivo in mente di conservare più a lungo possibile piedi caldi e asciutti.
La differenza tra tifosi italiani e inglesi la vedi anche da questo: camminano tranquilli in mezze maniche, una felpa o al massimo un giubbottino leggero “vanno dritti verso lo stadio e che sulla strada ci sia neve, merda oppure un morto, a loro non glie ne frega niente. Dritti e basta” (cit.).

Prima di entrare allo stadio ci facciamo due panini con porchetta, quella di Ariccia. Una roba che sognavo da dieci anni, la prima volta che la scoprii e l’ultima che la mangiai , proprio qui, a due passi dallo Stadio dei Marmi.
Due panini e una Moretti da 66 e siamo pronti.

stadio olimpicoE’ la prima volta che entro in uno stadio. Uno stadio vero.
E l’Olimpico E’ uno stadio vero.
Un brivido mi percorre la schiena mentre mi trovo davanti il campo, gli anelli che si snodano, enormi, gli spalti che a poco a poco si riempiono.
Ora capisco quanto sia facile diventare un esaltato tifoso della Roma.
Mentre tutti sbattono i piedi il seggiolino trema, un’unica voce che è la voce di tutti riempie l’aria dall’erba del campo fino all’ultimo anello.
E io penso che forse, da domani, inizierò a tifare Roma.

Partendo dal presupposto che dello sport Rugby non conosco un’emerita cippa – a parte che si segnano punti tirando il pallone in mezzo alle due aste che stanno al posto della porta – prima che la partita inizi Marco mi fa un escursus veloce sulle regole principali, già iniziato ieri sera a cena ma poi interrotto da quella bontà di broccoli e salsicce.
Il momento d’ingresso delle squadre è un momento “carico” e con la mano sul cuore mi lascio trasportare dallinno di Mameli cantato all’unisono insieme alle altre settantamila persone presenti.
Ora so cosa penserete, che nel raccontarvi questo week-end mi sono già commossa due o tre volte. Sì in realtà sono una con la lacrima facile, mi arriva tutto nello stomaco prima di toccare gli altri organi vitali, ma è così, checcedevofà?
Io con l’inno nazionale mi commuovo sempre, figuriamoci qui, in questo contesto e in questa location.

Dunque queste due squadre di manzi – non nel senso di “bei ragazzi possenti” ma nel senso di “dalla stazza come dei bisonti” – si dispongono in campo e inizia la partita.
Da quello che posso capire l’Italia sta giocando bene, e facciamo subito qualche meta. E piano piano andiamo in vantaggio mentre inizio pure a capire qualcosa delle dinamiche di gioco e delle regole.
A un certo punto però il mio giocatore preferito rinominato “il Vichingo” – altrimenti detto Martín Castrogiovanni – si infortuna e a quel punto l’interesse sfuma insieme alla verve dei giocatori, i quali iniziano a subire gli avversari. L’Inghilterra inizia così la sua rimonta senza troppa fatica.

Nel frattempo, mentre l’Italia inizia a subire, c’è anche qualcun altro che sta piano piano cadendo vittima di un avversario.
La vittima sono io, e il mio nemico è il freddo.
Stare ferma e seduta – nonostante le seimilaquattrocentoquindici ole che abbiamo fatto – mi ha portata ad uno stato di ibernazione tale che il mio pensiero fisso, ora, è dover tornare a piedi alla stazione della metro.
Inizio a scrutare la cartina, cerco il numero dei taxi, controllo le linee degli autobus, ma il discorso è uno: se una soluzione al problema non esisteva prima perché dovrebbe esserci adesso?

Usciamo qualche minuto prima per non essere ostacolati dalla folla, mentre l’Italia rovina, una meta dopo l’altra, sotto il dominio dell’Inghilterra.
Sono in preda al panico al pensiero di dover camminare più di mezz’ora al freddo polare di questa Roma gelata.
Marco, premuroso e dolce come sempre, tenta di tenermi su facendomi coraggio.
A un certo punto avanza una proposta: iniziare a correre per scaldarci un po’, giusto il tempo di alzare la temperatura corporea.
I miei stivaletti di gomma, i piedi congelati e ghiaccio e neve che ricoprono la strada non sono proprio l’ideale ma io mi fido sempre di quello che dice Marco – tra le altre cose mio personal coach per la corsa -, soprattutto quando non sono lucida perché in preda all’ansia.
Iniziamo a correre lentamente, lui davanti e io dietro, passiamo il ponte Duca D’Aosta e proseguiamo sul Lungotevere.
Piano piano mi scaldo, i piedi tornano in temperatura, le mani, riattivata la circolazione, diventano bollenti, le guance rosse…come quando corriamo Marco mi parla e mi chiede come va. Mi carica con frasi motivanti tipo “Dai Pepe che stai andando alla grande” oppure “Ci sei Pepe?” o ancora “Dai che manca poco, ancora un po’ e poi ci fermiamo” ed è così che in circa dieci minuti arriviamo alla metro Ottaviano.
Fantastico!
Sono talmente malleabile che potrei essere caricata a molla per una maratona così come essere demolita in due parole. Da una persona che per me conta, ovviamente.

Non vedo l’ora di tornare da Mariano.
Bagno bollente sommersa di schiuma, vestiti caldi e asciutti, un bis di amatriciana e cacio e pepe…e ovviamente broccoli e salsiccia.
Buonanotte Roma, pure dell’Olimpico mi hai fatto innamorare!




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