Viaggio a Roma: l’arrivo, la pioggia, la neve

Dopo un viaggio in treno tranquillo e in orario arriviamo a Roma Termini.
Arrivare a Roma Termini con il regionale veloce di Ancona non è arrivare Roma.
Si scende ai binari Est e poi ci sono 500 metri per arrivare agli altri binari, e altri 500 metri per arrivare alla metro.

La prima tappa, ogni volta che visito la capitale, è sempre la stessa.
Si esce a Barberini, si passa davanti al Pepy’s Bar guardando tutti i tramezzini che ci sono in vetrina, e si scende giù verso via delle Muratte.
Ricordo ancora la prima volta che me la sono trovata davanti.
Mia mamma mi aveva detto “E’ enorme, in una piazza piccola. Sempre piena di gente”.
La prima volta che la vidi rimasi stupefatta, e devo ammettere che ogni volta provo sempre la stessa emozione.
Quando arrivi da via della Stamperia o da Piazza dell’Accademia di San Luca, se fai attenzione e rizzi le orecchie puoi già sentire, ancor prima di voltare l’angolo, il fragore dell’acqua.
Il fragore dell’acqua o del carro di Oceano, la scelta sta a te, di come interpretare questa ondata di grandezza che ti salta in faccia appena arrivi nella piazza. Appena ti ci trovi davanti.

Le persona lanciano le loro monetine all’indietro mentre io preferisco guardarle dall’alto, respirare i loro desideri, come se prendessero forma e riempissero l’aria.
Un nodo allo stomaco, le guance calde, gli occhi lucidi.
Che ci devo fare? Mi emoziono sempre.
E’ così grande e bella, perfetta nella sua maestosità. E con questo freddo e la pioggia, più vuota del solito.

Lasciamo la Fontana di Trevi ai turisti più temerari coperti da cerate sgargianti, mentre scattano le loro foto e lanciano in acqua i loro sogni.
Ripartiamo sotto la pioggia, stretti, nella città più bella del mondo.

L’Hotel Veneto si trova, giustamente, nella zona di via Veneto. Così ci incamminiamo a piedi, mentre i vestiti si inzuppano e gli zaini iniziano a pesare.
Dopo aver cercato un po’ arriviamo completamente fradici a destinazione.
Ci rassettiamo prima di entrare anche se è impossibile: pantaloni bagnati fino al ginocchio, facce stravolte e capelli gocciolanti nonostante cappello e cappuccio.
Facciamo il check-in e prendiamo possesso della stanza 310.
L’hotel è bellissimo: un palazzo di fine ‘800 in stile umbertino, sobrio ed aristocratico, perfettamente in equilibrio tra l’elegante ed accogliente.

Ci asciughiamo un poco con il phon e ci cambiamo i vestiti bagnati.
Ehm…
Cioè…
IO mi cambio i vestiti bagnati.
Già, perché il consorte ha deciso di dare massima priorità alla sua attrezzatura fotografica, e nello zaino ha messo solo un paio di pantaloni (della tuta) e ha ben deciso di fare spazio alla macchina lasciando a casa un paio di scarpe.
Partire per tre giorni in cui sono previste piogge, nevicate, cavallette e quant’altro, tu dovrai andare allo stadio, camminare, camminare e camminare, a cosa vuoi che serva un paio di scarpe di ricambio?
Beh, dai, se l’unico paio che hai però è impermeabile allora forse puoi farcela.
Clarks. Impermeabili vero?

Ripartiamo dopo una mezz’oretta mentre nel frattempo ha iniziato a piovere più forte.Dei cinquanta venditori d’ombrelli per metro quadrato che riempiono le strade di Roma, ora non ce n’è neppure uno. Marco dice che basta decidere di comprarne uno e loro si materializzano davanti a te.
Così decidiamo che sì, forse è il caso di comprare un ombrello. Tiro fuori la cartina dalla tasca per capire in che direzione andare e salta fuori dalla pioggia un tunisino gentile con in mano un vagonata di ombrelli.
Fantastico!

Partiamo in direzione metro con il nostro ombrellino da 5 euro, nero e dalla salute cagionevole.
Marco vuole vedere il Colosseo così prendiamo la Blu in direzione Laurentina. Ovviamente non si può vedere il Colosseo senza prima passare dal Circo Massimo così scendiamo all’omonima fermata e mentre usciamo inizia a nevicare.
Il freddo è tagliente, la neve mista a pioggia continua a bagnarci e ci demoralizza un po’.
Arriviamo davanti al Colosseo.

colosseo Roma

Mentre Marco riflette sulla grandezza della Roma antica e su quanto dovesse essere maestosa, io penso che Roma non mi è mai sembrata così ricca di pathos.
Sotto un cielo di piombo che sembra un soffitto basso, in un pomeriggio senza luce dove la neve non è ancora neve, ma è solo acqua gelida, Roma ci si mostra in tutta la sua romantica decadenza.
Una decadenza che ti riempie il cuore di bellezza e ti toglie il fiato per la malinconia, che ti tocca come una poesia della Merini o come un film di Jean-Luc Godard.

Percorriamo via dei Fori Imperiali tra le straordinarie rovine di quel tempo e di quella grandezza lontana, per arrivare in Piazza Venezia, un’altra maestosità, un’altra grandezza che si trasforma irrimediabilmente in opulenza.
Entriamo in un bar per riscaldarci un po’, un punch bollente e un’acqua tonica prima di ripartire di sotto la neve lungo via del Corso.

L’urbanistica insegna che un asse importante collega sempre grandi grandi monumenti, in alcuni casi con uno straordinario effetto della prospettiva. Ma non in questo, Piazza del Popolo è troppo lontana, via del Corso troppo lunga e non abbastanza larga. Per questo meglio avviarci.

Stretti stretti sotto il nostro ombrellino sbilenco risaliamo via del Corso, facendo tappa a Montecitorio e discutendo su Camera dei Deputati, Senato, senatori e ministeri vari.
Educazione civica non è mai stata il mio forte. Lo so sono ignorante nel senso che ignoro e me ne vergogno pure.
Se il mio professore Torrico mi sentisse, non sarebbe affatto fiero di me – dire che penso di averlo deluso davvero poche volte negli anni della scuola -.
Meglio infilarsi in Galleria Alberto Sordi, che se qualcuno ci sentisse avrebbe vergogna per noi.
Un giretto alla Rinascente e una capatina alla Feltrinelli, giusto il tempo di scaldarsi un po’ e ripartire verso Piazza di Spagna, meravigliosa sotto questa veste insolita.
La ricordo sempre illuminata da un sole caldo, con turisti e coppie innamorate che riposano sulla scalinata di Trinità dei Monti, mentre adesso fiocchi di neve come zucchero filato rovinano veloci nella fontana del Bernini.

piazza di Spagna Roma

Troviamo Dagnino, una pasticceria di specialità siciliane, e ci scaldiamo con un altro punch caldo. Chiacchieriamo un po’ con dei signori di mezza età che vengono da fuori Roma. Ci chiedono le condizioni meteo, su in Romagna, e immaginiamo che i telegiornali stiano portando avanti i loro servizi sull’emergenza neve.
Grazie al cielo siamo più che mai alla larga da una qualsiasi tv.

Quando usciamo da Dagnino troviamo la via imbiancata, traffico inesistente e silenzio morbido, quella sensazione di ovattato e sospeso che regala la neve di notte, o la mattina presto.
Risaliamo verso via Piemonte scivolando sui marciapiedi, alla ricerca di un ristorante carino dove consumare la cena.
Dopo aver sbagliato strada, aver cercato invano un american bar di nome Moma, discusso su cosa, come fare e perché, la stanchezza si fa sentire e si trasforma in malumore. Il malumore si trasforma in incazzatura e l’incazzatura mette a rischio la serata.
Decidiamo di andare in hotel e alla peggio mangiare nel ristorante lì a due passi, anche se non ci ispira per niente.

Un bagno caldo, vestiti asciutti (io che li ho), e via a cena.
Il Ristorante Mariano, in via Piemonte 79, sarà una piacevole scoperta.
Agnolotti al ragù, salsicce e broccoli, e un litro di vino rosso della casa. Giusto per essere sicuri di addormentarci.
Una cena perfetta. Semplicemente deliziosa.




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