Caro duemilaequattordici…

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Mi hanno scritto due biglietti oggi, due amici saggi con un Sapere grande.
Uno diceva di pensare all’Anno che finisce come a un essere vivente: salutarlo con benevolenza, che in qualche modo, da qualche parte, rimarrà.
Parlo a Te dunque, anno che te ne vai, che sei stato il più intenso della mia vita intera: una trasformazione continua verso quello che ancora non so.

Nulla è rimasto mai lo stesso in ogni Tuo giorno rispetto a quello prima.
Di Te ho guardato spesso il sole sorgere, perché in un’alba puoi vedere che a ogni notte segue sempre il mattino.
Ogni sera, prima di dormire, ho caricato tutto su una zattera e l’ho spedito al largo: i gesti, le parole, gli sbagli.
Su questa zattera, ogni notte, anche tutto il buono che c’è stato.
Dice che se è davvero buono in qualche modo resterà.
Nulla mi serve più di tutto ciò che era, che fa già parte di te anche se non lo sai.
Ogni notte ho provato a spogliarmi delle definizioni di una vita, togliermi quest’abito fatto di post-it, di tutte le etichette ereditate in ogni incontro, ogni giorno vissuto o pensiero avuto, in tutte le vite che forse ho percorso.
Non si può che essere benevoli col fuoco, che brucia tutto ciò che incontra e lascia solo cenere, là dove c’è terreno fertile e i semi posso diventare alberi.

Hai cullato un Amore grande, che è cresciuto senza guardare in faccia a niente, senza escludere nessuno.
Ho capito finalmente tutte quelle linee sulla mano, che una cartomante tempo fa mi disse erano amore. Oggi so che che volti hanno e che sono fiori di ciliegio.

Manca un amico, dei due che mi hanno scritto oggi.
Il secondo messaggio diceva Dipende da te che persona diventerai.
E se c’è una cosa che ho imparato da Te, caro Duemilaquattordici, è che il passato non esiste, così come non esiste il futuro.
Solo adesso posso agire, e non saluto Te né tuo fratello, ma abbraccio l’oggi e accolgo tutto ciò che è, scegliendo di esser sempre pronta, sempre Montagna.




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